Walter Passerini su la Stampa indica tre condizioni affinché il dibattito pubblico sul valore legale del titolo abbia senso ed non rischi "di finire nella tagliola della non-discussione ideologica (e..) non può essere lasciato né nelle mani dei «dilettanti» né in quelle dei «professionisti», dei soli professori.
Le condizioni sono: un sitema di valutazione serio sul sistema universitario (Il massimo sarebbe una peer revision effettuata da un ente estero, come è successo al PoliMi); la riduzione del numero di pseudo-atenei legati agli interessi del politico locale; il funzionamento del mercato nel collocamento dei laureati.
Senza queste condizioni, dice Passerini, l'abolizione non ha senso.
Da subito, imho, si può almeno eliminare il peso del voto di laurea, una vera e propria farsa. per alcuni strumento ideologico per riparare le storture dello svilupppo nord-sud (basterebbe rifarsi ai risultati delle prove Ocse nella scuola ordinaria per capire quanto siano inattendibili).
Sulla riduzione del numero di atenei e sedi basterebbe fissare pochi standard quantitativi: ridurre il numero significa aumentare i fondi per gli atenei seri.
Quanto al mercato, le aziende mi pare abbiano criteri di selezione avveduti, semmai il problema è che non assumono. I due soggetti che devono cambiare sono la PA, vera destinataria dell'abolizione del criterio, e l'università.
Questa non si preoccupa per nulla, o pochissimo, del supporto all'ingresso nel mercato del lavoro dei neolaureati, contrariamente a quanto avviene all'estero. Eppure la velocità di collocamento è uno dei criteri usati per valutare la qualità della formazione. Il rapporto con le imprese sarebbe molto utile e salutare, sia sul piano del rinnovamento della didattica, che su quello del collocamento.
Qualche giorno fa il ministro Profumo a Roma è stato accolto dall'ennesimo collettivo di studenti che inalberava cartelli con la scritta: via le imprese dall'università.
E andiamo avanti così, facciamoci del male




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