Tramite Quintarelli ho letto questo post di Nicola D'Angelo, membro di AgCom, a proposito delo sviluppo di Internet in Italia. D'Angelo riprende un commento che ha paragonato il caso Megavideo allo spaccio di alcoolici durante il proibizionismo, e scrive: Se per paradosso sostituite in questa breve descrizione la parola “alcool” con “contenuti digitali” appare immediatamente chiaro che perseverare con un approccio esclusivamente proibizionista, come quello dei progetti di legge SOPA negli USA o delle norme che puntano ad inasprire le pene contro la pirateria online in Europa e in Italia (dalla Hadopi all’emendamento “Fava”), avrà come unico effetto di farci inutilmente piombare negli “anni venti” dell’era digitale con un aumento delle attività illecite e un colpevole spreco di tempo e di energie di fronte all’ineluttabile vittoria del mercato e dei bisogni degli utenti. La soluzione sta nel cambiare i modelli di pensiero, prima ancora di intervenire su quelli normativi e di regolazione.
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Leggendo le cronache di questi giorni sulle reazioni alla zona C si resta basiti. Colpisce la capacità che abbiamo, come popolo, di non riuscire a considerare la realtà al di fuori dei campanili. Per cui per alcuni l'area C è un sopruso, un balzello, un'attentato alla democrazia, per altri è la panacea di tutti i mali del vivere urbano.
I primi indicono immantinente (prima ancora di vederne gli effetti) un referendum abrogativo, dimenticandosi che non più tardi di 8 mesi fa la maggioranza dei milanesi, con un referendum, aveva deciso azioni ancor più stringenti di quelle in vigore.
Per altri versi , la capogruppo del PD al Comune, a fronte di obiezioni e proteste dei cittadini e consigli degli stessi referendari, bollava come piagnistei radical-chic ogni osservazione critica.
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Ricevo (da Nanni Anselmi) e volentieri ripubblico:
AREA C: nei primi giorni il black carbon ridotto del 30%. Diminuiti anche ammoniaca (-37%), anidride carbonica (-29%), ossidi di azoto (-14%) e polveri sottili allo scarico e da attrito (-24%)
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