A fianco degli studenti universitari
Non ho dubbi che la protesta studentesca di queste settimane sia dettata da un'ansia di rinnovamento, dalla ricerca di uno studio qualificato che premi i più meritevoli, dalla generosità di voler contribuire alla ripresa di competitività del Paese. Tutto comprensibile. Ma il modo in cui si svolge la dialettica (o la mananza della) tra governo, opposizione e movimento, è francamente imbarazzante. Credo che sia importante che gli studenti, diretti interessati, vengano aiutati a comprendere i fatti e le situazioni in gioco, per capire quali sono gli avversari, i bersagli, gli obiettivi e gli alleati nella loro giusta lotta allo status quo. Oltre agli interventi di Giavazzi e Stella ieri, mi ritrovo nelle osservazioni di Gialuca Salvatori, su nòva 100: E’ paradossale che gli studenti occupino le facoltà in difesa di un sistema che assicura la loro esclusione dalla carriera scientifica per i prossimi dieci-quindici anni, come avverrà se verranno attribuiti con le regole attuali i 7000 posti a concorso già deliberati (più del dieci per cento dell’organico, scriveva ieri Giavazzi sul Corriere, con effetti disastrosi paragonabili all’ope legis dei primi anni ’80).
E’ desolante che la richiesta di non toccare i bilanci universitari prescinda da ogni presa di posizione nei confronti di un meccanismo che quei fondi li vuole distribuire senza distinzione tra atenei che funzionano e atenei che hanno dimostrato di non essere in grado di amministrarsi (proprio come, altrettanto indiscriminatamente, il governo intende distribuire i tagli). E’ insensato che si manifesti contro la trasformazione in fondazioni come se fosse equivalente ad una privatizzazione delle università, con conseguente asservimento ai meccanismi di mercato (l’esperienza di Trento sta lì a dimostrare che il contrario può essere vero, purché dietro alle fondazioni ci sia un disegno di riforma completo e non – come nel progetto governativo – il vuoto). E’ ipocrita fare della difesa di questo sistema universitario una questione di democrazia, come se oggi nel sistema della nostra formazione scolastica e universitaria fossero assenti aspetti di iniquità che di fatto favoriscono il successo sulla base dei ceti di provenienza. E’ irresponsabile fingere di non sapere che questa situazione è il prodotto di decenni di latitanza della politica e di “autogestione” corporativa del corpo docente, anziché – come si vorrebbe sbrigativamente concludere – il risultato della miopia di un ministro Mi pare iniziativa intelligente quella del governo francese di selezionare atenei di alta qualità. Uno dei liet-motif di parte della sinistra è l'opposizione alla divisone tra scuole (o università) di serie A e serie B. Ma queste esistono, la Normale, S. Anna, i Politecnici di Milano e di Torino, molte facoltà della Statale di Milano, o di Trieste, Bologna, Trento. Riconoscere questo dato di fatto, e premiare l'eccellenza non penalizzandola con tagli indiscriminati, è un modo per favorire un buon servizio agli studenti e agli stessi atenei.
Aggiornamento: Il rettore dell'Università di Torino esprime il suo punto di vista. E il suo collega del Politecnico minaccia le dimissioni (Agorò Torino Valley e La stampa.it)
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