Domenica si celebra la giornata europea della cultura ebraica. MI ha colpito il titolo della manifestazione: Ebr@ismo dal Talmud a Internet, a segnalare un itinerario di pensiero che si snoda nei secoli sino a noi.
In uno dei post, Enzo Campelli affronta il tema metodo scientifco e cultura ebraica.
(...) Una di queste dimensioni decisive, precisamente una delle “categorie culturali” cui si faceva riferimento è di natura metodologica. Si tratta di un modo specifico di concepire l’indagine, la ricerca, nei diversi campi possibili: un modo di concepire il metodo scientifico. Un modo che è l’esatto contrario della perfetta geometria cartesiana, dell’illusione circa l’esistenza di “regole certe e facili” le quali, «da chiunque esattamente osservate, gli renderanno impossibile prendere il falso per vero [e] lo condurranno alla conoscenza vera di tutto ciò che sarà capace di conoscere»…..”. La scienza pre-moderna si è a lungo cullata in questa sindrome cartesiana e nell’ideale impossibile di una scienza omnimode determinata. Oggi vi è consapevolezza diffusa che le regole metodologiche non costituiscono un complesso di “precetti” semplicemente da applicare, che il metodo della scienza è impensabile senza una ermeneutica del metodo e che le regole del metodo non si sottraggono alla necessità ed al rischio dell’interpretazione. Ebbene, da sempre il metodo di studio ebraico è stato precisamente questo: un metodo che non teme le contraddizioni, non cancella le dissidenze, non ama il pensiero unico, privilegia la domanda sulla risposta, ammette l’incertezza e l’indeterminazione, è antiautoritario pur nel rispetto dei maestri, è razionale ma non teme le associazioni libere, non ha mai privilegiato le regole rispetto agli utilizzatori delle regole, non ha mai preteso di eliminare la soggettività dell’interprete, ma anzi ne ha sempre fatto il proprio punto di forza, è stato capace di conciliare il rigore con la creatività, l’attenzione al «testo» con il suo superamento.

