Il mio primo incontro con la pirateria è stato un libro di Bruce Sterling, Giro di vite contro gli hacker, pubblicato da Shake Edizioni, a cura di raf Valvola e Gomma (chissà dove sono finiti). Allora (credo 1996) mi servì per capire che i pirati erano artefici di una sfida intelligente e si battevano per la libertà di solcare liberi gli oceani. Non tutti, a dire il vero. Il secondo incontro è avvenuto nel 2007, quando per nòva ho intervistato Kevin Mitnick, maestro del social engineering. Allora ho imparato che la sicurezza non è fatta solo di firewall e accrocchi informatici, ma che le persone possono rappresentare falle enormi per arrivare ai segreti aziendali. Da Raoul Chiesa, pirata nostrano, ho imparato che si possono mettere a frutto le proprie conoscenze per rendere la rete più sicura, senza rinnegare il proprio passato.
Poi a Berlino, due anni fa, una colorita manifestazione, molto rumorosa apriva la campagna elettorale del Pirate Party. Ricordo lo sgurado incuriosito e perplesso di Giacomo verso quella folla festante, mista di punk e tragressivi così apparentemente lontani dai suoi compagni di liceo.
Ieri Gigi, di ritorno da Trento, racconta di avere ascoltato il fondatore svedese del Pirate Party, e di avere capito che il movimento ha finalità molto ampie in termini di tutela dei diritti civili.
Forse ciascuno di noi dovremme conservare una quota di pirateria nella sua testa

