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Scritto il 31/01/2012 alle 15:06 nella Amici | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
Eupolis Lombardia è il nuovo istituto che raggruppa le attività di ricerca (Irer), di formazione (Iref) e le statistiche regionali. Fondato l'anno scorso si è presentato oggi con un convegno che aveva al centro i temi della formazione e della conoscenza.
Ovviamente l'università e l'alta formazione erano il cuore dell'attenzione, e sono stati discussi i risultati di una valutazione OCSE sul sistema. Valutazione lusinghiera, soprattutto se paragonata al livello nazionale, con molto da fare per essere in competizione con le eccellenze internazionali; le 41 raccomandazioni finali testimoniano del lavoro da fare. Della discussione, annoto alcune osservazioni:
Leonida Miglio, fisica della materia a Milano-Bicocca, osserva che la fuga dei ricercatori è dovuta non tanto ai tempi di attesa o al denaro, ma soprattutto alla prospettiva di essere o meno valorizzati; l'intervento su questo aspetto è ancor più importante della riforma dell'istituzione. Inoltre sarebbe importante cambiare il modello formativo, utilizzando maggiormente il modello del leaqrning by doing in sostituzione del massiccio impiego del metodo deduttivo.
Stefano Paleari, rettore a Bergamo, si è lamentato dell'ancor scarsa autonomia effettiva. Il nostro ranking internazionale è basso perché si richiede di utilizzare premi Nobel nell'isegnamento - e non ce lo possiamo permettere - e viene richiesto un rapporto docenti-studenti 1 a 10, mentre da noi la media è 1 a 30.
Giovanni Azzone, rettore del Politecnico, ha suggerito di cambiare ottica. Nei bandi dovremmo valorizzare il nostro welfare, e quello lombardo (soprattutto sanità) è eccellente, e riequilibra le condizioni finanziarie che possono offrire altri. Una assicurazione sanitaria negli Usa riduce molto il vantaggio dello stipendio. Sul piano della valorizzazioen del merito Azzone fa presente che le selezioni dei docenti vengono ora fatte con valutazioni di esperti stranieri.
Scritto il 31/01/2012 alle 14:53 nella Università e ricerca | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
Google, Facebook, Microsoft, LinkedIn e Yahoo! fanno fronte comune contro le email ‘truffa’, quelle, cioè, che spingono gli utenti a inserire i loro dati su siti che sembrano legittimi ma che in realtà sono creati ad hoc per carpire informazioni sensibili come le coordinate bancarie, le password, il numero della carta di credito. Scrive Key4Biz.
il phishing è in grande crescita e sfrutta la frettolosità degli utenti. E' buona norma pensare che se la banca vuole farvi modificare i dati può sprecare una telefonata o una lettera. Un ambiente sicuro dipende in via priooritaria dalla nostra attenzione.
Scritto il 31/01/2012 alle 08:37 nella Security | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
Se c'è un erede di Dashiell Hammett quello è Don Winslow. Per la capacità di affrontare la descrizione dei meandri della società contemporanea, studiarne i meccanismi, le perversioni e le logiche.
Nel mondo di Winslow non ci sono buoni e cattivi, tutti siamo figli del peccato originale, del tentativo di decidere la vita degli altri. Talvolta, con alcuni, pochi gesti, riusciamo a redimerci. I potenti, quelli no.
Il Potere, sembra dirci Winslow, ha un prezzo, la dannazione. Perché chi lo esercita non lo fa mai a titolo gratuito: paga e fa pagare conti salatissimi.
Frankie Machine è un uomo che cerca di sfuggire al suo passato, ma la vita ci insegue,e prima o poi ci presenta il conto.
Un libro mozzafiato.
Scritto il 30/01/2012 alle 18:51 nella Libri | Permalink | Commenti (2) | TrackBack (0)
Tag Technorati: L'inverno di Frankie Machine, libri, Winslow
Il blog di Annamaria Testa è di quelli che ti fanno apprezzare la Rete e l'accesso alla conoscenza. I suoi post sono riflessioni sulla creatività, mai banali, sempre molto attenti e puntuali. Come questo, in cui definisce una sorta di repository di come ci vediamo e ci descriviamo noi italiani. Si tratta di una bella raccolta, che dice molto sulla furbizia, ma anche sulla capacità di comunicare quello che siamo con un certo orgoglio, e senza piangersi addosso.
Il problema della politica di questo Paese, imo, è che non è capace di produrre una narrazione che trasmetta senso alla nostra vita collettiva.
Scritto il 30/01/2012 alle 16:02 nella Innovazione | Permalink | Commenti (1) | TrackBack (0)
Un articolo dell'Economist racconta delle crescenti manifestazioni in Cina a sfondo economico. Nella loro promozione ha un ruolo Weibo, il twitter cinese:
Weibo have transformed public discourse in China. News that three or four years ago would have been relatively easy for local officials to suppress, downplay or ignore is now instantly transmitted across the nation. Local protests or scandals to which few would once have paid attention are now avidly discussed by weibo users. The government tries hard, but largely ineffectively, to control this debate by blocking key words and cancelling the accounts of muckraking users. Circumventions are easily found. Since December the government has been rolling out a new rule that people must use their real names to open accounts. So far, users seem undeterred.
Certo, come sostiene Morozov, i social media vengono usati anche dal potere, per controllare o disinformare. Resta il fatto che sono un potente strumento di crescita della consapevolezza dei popoli.
Scritto il 30/01/2012 alle 10:31 nella Social media, Web 2.0 | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
Walter Passerini su la Stampa indica tre condizioni affinché il dibattito pubblico sul valore legale del titolo abbia senso ed non rischi "di finire nella tagliola della non-discussione ideologica (e..) non può essere lasciato né nelle mani dei «dilettanti» né in quelle dei «professionisti», dei soli professori.
Le condizioni sono: un sitema di valutazione serio sul sistema universitario (Il massimo sarebbe una peer revision effettuata da un ente estero, come è successo al PoliMi); la riduzione del numero di pseudo-atenei legati agli interessi del politico locale; il funzionamento del mercato nel collocamento dei laureati.
Senza queste condizioni, dice Passerini, l'abolizione non ha senso.
Da subito, imho, si può almeno eliminare il peso del voto di laurea, una vera e propria farsa. per alcuni strumento ideologico per riparare le storture dello svilupppo nord-sud (basterebbe rifarsi ai risultati delle prove Ocse nella scuola ordinaria per capire quanto siano inattendibili).
Sulla riduzione del numero di atenei e sedi basterebbe fissare pochi standard quantitativi: ridurre il numero significa aumentare i fondi per gli atenei seri.
Quanto al mercato, le aziende mi pare abbiano criteri di selezione avveduti, semmai il problema è che non assumono. I due soggetti che devono cambiare sono la PA, vera destinataria dell'abolizione del criterio, e l'università.
Questa non si preoccupa per nulla, o pochissimo, del supporto all'ingresso nel mercato del lavoro dei neolaureati, contrariamente a quanto avviene all'estero. Eppure la velocità di collocamento è uno dei criteri usati per valutare la qualità della formazione. Il rapporto con le imprese sarebbe molto utile e salutare, sia sul piano del rinnovamento della didattica, che su quello del collocamento.
Qualche giorno fa il ministro Profumo a Roma è stato accolto dall'ennesimo collettivo di studenti che inalberava cartelli con la scritta: via le imprese dall'università.
E andiamo avanti così, facciamoci del male
Scritto il 28/01/2012 alle 11:33 nella Università e ricerca | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
Education News, via Peter Kim,esplicita le difficoltà della formazione universitaria negli Usa
Scritto il 26/01/2012 alle 14:52 nella Università e ricerca | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
Tramite Quintarelli ho letto questo post di Nicola D'Angelo, membro di AgCom, a proposito delo sviluppo di Internet in Italia. D'Angelo riprende un commento che ha paragonato il caso Megavideo allo spaccio di alcoolici durante il proibizionismo, e scrive: Se per paradosso sostituite in questa breve descrizione la parola “alcool” con “contenuti digitali” appare immediatamente chiaro che perseverare con un approccio esclusivamente proibizionista, come quello dei progetti di legge SOPA negli USA o delle norme che puntano ad inasprire le pene contro la pirateria online in Europa e in Italia (dalla Hadopi all’emendamento “Fava”), avrà come unico effetto di farci inutilmente piombare negli “anni venti” dell’era digitale con un aumento delle attività illecite e un colpevole spreco di tempo e di energie di fronte all’ineluttabile vittoria del mercato e dei bisogni degli utenti. La soluzione sta nel cambiare i modelli di pensiero, prima ancora di intervenire su quelli normativi e di regolazione.
Scritto il 26/01/2012 alle 12:19 nella Economia, ICT, Innovazione | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
Key4Biz racconta i successi finanziari di Apple, "che chiude il primo trimestre dell’anno fiscale 2012 conclusosi il 31 dicembre 2011 – segnando un fatturato di 46,33 miliardi di dollari (+73%) e un utile netto di 13,06 miliardi di dollari, pari a 13,87 dollari per azione diluita e cementando il suo ruolo di azienda tecnologica di maggior valore".
Il NYT di oggi (via Mantellini) pubblica a sua volta una lunga inchiesta sulle inaccettabili condizioni delle fabbriche dei fornitori cinesi di Apple (e non solo). Le due facce della globalizzazione stanno lì: innovazione, design, creatività nel mondo occidentale, capitalistico e liberista, ipersfruttamento, condizioni di vita e lavoro inumane nelle fabbriche cinesi, Paese comunista.
Quando Obama ha chiesto a Steve Jobs se c'era la possibilità di riportare la produzione dei suoi prodotti negli Usa, la risposta è stata "impossibile", per ragioni legate non solo al costo del lavoro (e l'indagine del NYT spiega bene come si realizza), ma anche dipendente dalla maggior flessibilità, diligenza e competenza della mano d'opera cinese.
E' vero, come sostengono alcuni ex dirigenti Apple, che se le fabbriche cinesi producessero prodotti difettosi Apple agirebbe con maggior forza di quanto faccia per rispondere alle denunce di brutali condizioni nelle fabbriche dei suoi fornitori. Ma non si può chiederle di fare harakiri abbandonando luoghi praticati dai propri concorrenti, in nome di una pur corretta esigenza di responsabilità sociale delle aziende.
Il superamento di questa situazione sta in mano ai governi e ai consumatori.
Ai primi spetta di individuare forme di intesa e di regolazione dell'economia globalizzata che impongano condizioni di vita e di lavoro minimamente accettabili e condivise. Ai consumatori e alla pubblica opinione spetta di esercitare pressione su aziende e governi perché i prodotti che acquistiamo non siano macchiati da condizioni di vita e di lavoro subumane.
Scritto il 26/01/2012 alle 10:41 nella Economia | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
Tag Technorati: Apple, Cina, concorrenza, globalizzazione, produzione, responsabilità, sostenibilità


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