Key4Biz racconta i successi finanziari di Apple, "che chiude il primo trimestre dell’anno fiscale 2012 conclusosi il 31 dicembre 2011 – segnando un fatturato di 46,33 miliardi di dollari (+73%) e un utile netto di 13,06 miliardi di dollari, pari a 13,87 dollari per azione diluita e cementando il suo ruolo di azienda tecnologica di maggior valore".
Il NYT di oggi (via Mantellini) pubblica a sua volta una lunga inchiesta sulle inaccettabili condizioni delle fabbriche dei fornitori cinesi di Apple (e non solo). Le due facce della globalizzazione stanno lì: innovazione, design, creatività nel mondo occidentale, capitalistico e liberista, ipersfruttamento, condizioni di vita e lavoro inumane nelle fabbriche cinesi, Paese comunista.
Quando Obama ha chiesto a Steve Jobs se c'era la possibilità di riportare la produzione dei suoi prodotti negli Usa, la risposta è stata "impossibile", per ragioni legate non solo al costo del lavoro (e l'indagine del NYT spiega bene come si realizza), ma anche dipendente dalla maggior flessibilità, diligenza e competenza della mano d'opera cinese.
E' vero, come sostengono alcuni ex dirigenti Apple, che se le fabbriche cinesi producessero prodotti difettosi Apple agirebbe con maggior forza di quanto faccia per rispondere alle denunce di brutali condizioni nelle fabbriche dei suoi fornitori. Ma non si può chiederle di fare harakiri abbandonando luoghi praticati dai propri concorrenti, in nome di una pur corretta esigenza di responsabilità sociale delle aziende.
Il superamento di questa situazione sta in mano ai governi e ai consumatori.
Ai primi spetta di individuare forme di intesa e di regolazione dell'economia globalizzata che impongano condizioni di vita e di lavoro minimamente accettabili e condivise. Ai consumatori e alla pubblica opinione spetta di esercitare pressione su aziende e governi perché i prodotti che acquistiamo non siano macchiati da condizioni di vita e di lavoro subumane.


