Leggendo le cronache di questi giorni sulle reazioni alla zona C si resta basiti. Colpisce la capacità che abbiamo, come popolo, di non riuscire a considerare la realtà al di fuori dei campanili. Per cui per alcuni l'area C è un sopruso, un balzello, un'attentato alla democrazia, per altri è la panacea di tutti i mali del vivere urbano.
I primi indicono immantinente (prima ancora di vederne gli effetti) un referendum abrogativo, dimenticandosi che non più tardi di 8 mesi fa la maggioranza dei milanesi, con un referendum, aveva deciso azioni ancor più stringenti di quelle in vigore.
Per altri versi , la capogruppo del PD al Comune, a fronte di obiezioni e proteste dei cittadini e consigli degli stessi referendari, bollava come piagnistei radical-chic ogni osservazione critica.
Marco Vitale, sul Corriere milanese di oggi, esorta i critici ad accettare il cambiamento, e tutti a considerare che il cambiamento implica conseguenze che vanno anch'esse accettate. Ma poiché è persona sensata, critica la gestione della comunicazione da parte del Comune nel merito, che giudica "disastrosa".
Ora, quello che mi chiedo, è legato a una dupice considerazione:
- Il Comune ha più volte sostenuto che la zona C è una innovazione che va sperimentata per un periodo, mi pare 6 mesi, durante il quale si potranno verificare eventuali disfunzioni da modificare. Mi pare atteggiamento intelligente e anche innovativo, in un Paese che fa pletore di leggi, ma non è abituato a verificarne l'impatto e magari a modifcarne gli aspetti meno utili.
- Perché non usiamo strumenti che sono ampiamente a portata della maggioranza dei milanesi per coinvolgerli non solo nel cambiamento, ma anche nella sua progettazione.
Dan Tapscott, sull'Huffington Post del 23.1, racconta come Bogotà si sia trasformata in una città innovativa decidendo di lanciare una campagna su Internet (http://www.hacemoslatirabogota.com), e usando twitter, Facebook, forum e blog, per coinvolgerli in una discussione sul cambiamento in città.
Questo, scrive Tapscott, ha trasformato Bogotà in una città aperta e innovativa, e ha reso più trasparente la gestione della cosa pubblica.
La costruzione partecipata di una agenda pubblica per il cambiamento eviterebbe molte dei problemi cui oggi stiamo assistendo. I portatori di vari inetressi potrebbero esprimere le loro esigenze, la discussione pubblica potrebbe portare a selezionare le azioni più utili, e tutto l'iter, svolgendosi alla luce del sole, eliminerebbe moltissime obiezioni pretestuose o secondarie.
Come effetto collaterale, si avrebbe anche una spinta all'utilizzo delle tecnologie digitali, che potrebbe far far un passo avanti all'economia cittadina.
Se poi l'esempio si trasferisse anche a livello nazionale, i benefici potrebbero essere ancora maggiori


