La discussione riguardo il segno di questo inizio secolo è accanita, e va oltre il vedere il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno. Il tema è: assistiamo a una fase di grandi, accelerate innovazioni e trasformazioni del modo di produrre e consumere, o piuttosto siamo in una fase di rallentamento, dopo le grandi innovazioni del 20° secolo?
Non è un caso, imo, che questa seconda tesi venga sposata da intellettuali Usa, portati a vedere i problemi di casa come generali (peraltro un vecchio vizio delle potenze).
Su Harvard Business Review, Justin Fox cita diversi autori che sostengono la stagnazione: Neal Stephenson, che sostieneche Internet blocca lo sviluppo per una generazione, Tyler Cowen, che si lamenta per l'utilizzo insistito dei carburanti fossili e del fatto che si è andati avanti solo nell'ICT, o Robert J. Gordon, che sostiene che le nuove tecnologie aumentano la produttività molto meno di quelle del 20° secolo.
Promesse emergenti come la stampa in 3D, lo sfruttamento delle risorse minerali degli asteroidi o le biotecnologie, sostiene ancora Fox, sono interessanti, ma di là da venire. e non ci si può limitare a fare affidamento su Prcter & Gamble, come motore di innovazione.Quasi in contemopranea, su The Observer, John Naughton, sostiene una tesi simile e ne cerca i motivi.
Stanno, secondo Tim Wu e il suo libro The Master Switch: The Rise and Fall of Information Empires, in uno sviluppo dell'inovazione che segue percorsi già noti con telefono, cinema, radio e televisione. Tutte hanno in comune una evoluzione tipica dell'ICT: da hobby a industria, da aggeggio di fortuna a gadget di successo, da canale accessible a tutti a uno controllato da una azienda o da un cartello, da sistema aperto a chiuso. Tutte queste tecnologie, sostiene Wu, hanno un passato di evoluzione creativa, disordinata, anarchica; tutte sono state poi catturate da un potere corporativo, appoggiato dallo Stato.
L'ICT, si diceva, è l'unica innovazione disruptive di fine-inizio secolo: si chiede Naughton, succederà anche a Internet di percorrere la parabola?
La Rete ha avuto uno sviluppo simile, Barbara van Schewick l'ha chiamato "permissionless innovation": prima il www. il file sharing, il Voip, poi il 2.0: blog, Flickr, You Tube, poi smart phone e tablet. E ora?
Ora, sostiene Wu, tutto si è fermato; tutti ripropongono le stesse cose e si scimmiottano. O, peggio, si fanno causa per difendere un brevetto: "La prima cosa che fa una start-up è di assumere un avvocato specializzato in PI".
La responsabilità della situazione sono molteplici:
- un sistema di difesa della proprietà intellettuale fatto per scoraggiare l'innovazione,
- la mancanza di una infrastruttura di rete che abiliti applicazioni dirompenti (deludente sia la rete fissa che quella mobile),
- modelli di business fallimentari, basati sullo scambio tra gratuità e rinuncia alla privacy. Più popolata la piattaforma più soldi si perdono; oggi il modello più etico e stabile è quello che fa pagare i servizi offerti, ma la sua estensione è trascurabile.
Ma il freno maggiore all'innovazione sta nel fatto che le tecnologie che possono servire alla prossima ondata di innovazione diventano sempre più chiuse e controllate: facebook si è sviluppato grazie a Internet, piattaforma aperta, ma ora si trasforma in un walled garden, dove si sviluppano sono le innovazioni autorizzate dal gestore. La stessa cosa vale per gli smartphone e i tablet.
Siamo la prima civiltà che ha inventato la gallina dalle uova d'oro e le sta tirando il collo, sostiene il pessimista Naughton.
La mia impressione è che sia indispensabile affrontare il tema del copyright e dell'IP, in modo drastico magari, seguendo i ragionamenti di Michele Boldrin e David Levine in Abolire la proprietà intellettuale.