La tematica delle applicazioni 2.0 segna una svolta epocale: la nascita di un nuovo soggetto economico, il prosumer. Già negli anni ’70 e ‘80 Marsdall McLuhan prima, e Alvin Toffler successivamente, avevano previsto la sua comparsa, ma è a cavallo del millennio che il suo protagonismo di manifesta.
Chi e che cosa è il prosumer? Wikipedia dà questa definizione “gli economisti, (..) identificano un individuo fortemente indipendente dall'economia principale. In generale, si riferisce ad un utente che, svincolandosi dal classico ruolo passivo, assume un ruolo più attivo nel processo che coinvolge le fasi di creazione, produzione, distribuzione e consumo”. Quindi il prosumer è un soggetto attivo, impegnato in una o più fasi cruciali della produzione del valore.
Dan Tapscott nel 2006 pubblica il suo Wikinomics: how mass collaboration changes everything. Nel libro Tapscott definisce i cardini della nuova economia della rete, basandosi su due comportamenti tipici e compresenti tra i cibernauti, l’economia del dono la collaborazione di massa.
L’economia del dono, presente nei modi di produzione primitivi, studiate dall’antropologo francese Marcel Mauss, e tornate alla ribalta proprio in ambito scientifico con il movimento dell’open source e del software libero, è un ambito ove lo scambio di informazioni e di trovati ha come compenso quasi esclusivo la crescita di autorevolezza in una comunità tra pari. Non è quindi la gratificazione monetaria che spinge le persone, ma l’impulso a collaborare per raggiungere obiettivi comuni.
Il fatto che la Rete si sia sviluppata inizialmente in ambito universitario, ove la ricerca scientifica è il risultato di sforzi di gruppi di scienziati dislocati nel mondo, ha favorito poi l’attitudine a condividere la conoscenza tra gruppi estesi di persone. La collaborazione di massa (crowdsourcing) si sviluppa perciò favorita dalla facilitazione delle interazioni in rete, e si addensa attorno a progetti che rendono praticamente impossibile a individui o piccoli gruppi di venirne a capo. E’ il caso della sistematizzazione del scibile umano in una enciclopedia, Wikipedia, progetto ideato da Jimmy Wales e Larry Sanger, che oggi esiste in rete in 283 lingue (di cui 185 attive). Nel giro di pochi anni Wikipedia ha contrastato la regina delle enciclopedie, la Britannica, per accuratezza delle informazioni, ma la ha sovrastata per velocità di aggiornamento (in tempo reale) e in termini di versioni esistenti. Certo, sulle specifiche voci l’accuratezza non è del 100%, malgrado l’occhiuta vigilanza dei volontari che la presidiano capita che permangano per qualche tempo inesattezze o contenuti partigiani, ma Wikipedia resta il maggior progetto scientifico condiviso dell’umanità a tutt’oggi.
Lo stesso principio vienen sfruttato dalla Nasa che si serve delle osservazioni di migliaia di astrofisici dilettanti per completare propri progetti di ricerca che altrimenti durerebbero anni, come racconta Chris Anderson nel suo libro La coda lunga.
Anche il crowdsourcing si rifà a fenomeni preesistenti, e dà loro un impulso che ne cambia la dimensione e quindi anche la qualità. La complessità della gestione della vita aziendale e di alcuni processi, il costo del lavoro concorrente nei Paesi emergenti, hanno favorito l’apertura dell’azienda verso l’esterno, affidando singole operazioni, segmenti o interi processi ad addetti estranei all’azienda, trasformando la prestazione in servizio. E’ quindi nato l’outsourcing.
In parallelo, sia per rispondere alla crescita dei costi e alla complessità della ricerca, si è sviluppato il fenomeno dell’open innovation. Definito da Henry Chesbrough, professore a Berkeley, è un fenomeno per cui le aziende tendono a delegare all’esterno la ricerca, fasi o interi progetti, e sono disponibili ad acquistare (o vendere) in licenza le innovazioni di prodotto o processo. In alcuni casi, avendo trovato innovazioni che per mille motivi non sono in grado di sfruttare nella propria industry, la vendono ad aziende di altri comparti.
Ciò che accomuna quindi l’open innovation e le piattaforme social è l’orizzonte comune di ambiti che sono aperti, e che in azienda cominciano a transitare dalla ricerca per diffondersi in altre strutture dell’azienda: marketing, vendite, risorse umane. Le aziende che utilizzano applicazioni o piattaforme social scoprono anche che la collaborazione, la gestione della conoscenza, la definizione degli obiettivi aziendali divengono attività trasversali. Come dicono gli esperti di management, “spariscono i silos”
Ancora su questi temi:
http://www.questio.it/index.php/it/blog?view=post&task=singlePost&id=217
http://www.questio.it/index.php/it/blog?view=post&task=singlePost&id=142