Questo post è legato a scuse dovute, è un cospargersi (immaginario) il capo si cenere, è soprattutto un tentativo di farsi perdonare da Renato, che deve aver pensato: ma che fine ha fatto quel mona......
Il fatto è che sono in debito con Renato di una presentazione del suo libro ai miei dieci affezionati lettori; è un sacco di tempo che o devo fare, e non mi sono mai deciso.
La motivazione principale è che volevo fare una presentazione brillantissima, spiritosa, spumeggiante, che in qualche modo trasmettesse l'ironia scanzonata che emerge qua e là dai racconti di Renato. Ma anche la nostalgia per i profuni e i sentimenti dell'infanzia lontanissima. E anche un certo qual sentimento di insofferenza per la stupidità della provincia italiana, ma anche della capitale. Insomma, avevo in mente una recensione veltroniana; forse è per questo che non l'ho mai scritta. Perché non sarebbe riuscita a trasmettere la semplicità e la serenità con cui Renato pur guarda al mondo di oggi e alla sua esperienza passata di militante sindacale, di intellettuale impegnato a cogliere il nuovo (uno dei pochi del suo milieu a occuparsi di tecnologie senza paraocchi ideologici, con curiosità, ma senza entusiasmi acritici), tenendo sempre presente che l'uomo è il fattore produttivo più prezioso, e l'organizzazione del lavoro deve accompagnare l'innovazione.
Vabbé, io non ho fatto il mio dovere, e lui ha pubblicato il suo libro su ilmiolibro.it, "Bloc notes di un sindacalista", e le ritiche li sopra sono lusinghiere. L'unica cosa che dico è che, leggendolo, mi tornava sempre in mente "Signore e signori" di Germi
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