Shtisel, e la pandemia che avvicina

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"In questi mesi di pandemia molti consumi culturali sono cambiati: niente cinema, niente teatri, niente concerti. E dunque qualche libro in più, molti zoom e, per tanti, molte serie tv". Sul blog del Mulino Annamaria Lorusso recensisce la serie israeliana che ha catturato molti di noi durante il lockdown. Lorusso fa un parallelo tra il senso di oppressione dovuto al distanziamento forzato e le regole che la religione impone alla piccola comunità di Geusa. Oppressione se vista a partire dai nostri canoni sociali, ma che non è espressa nella serie, ed è questa la sua caratteristica e il suo valore. Lorusso trova una sua interpretazione rispetto all'apparente contraddittorietà del successo da noi della serie:

Tutti, insomma, sono in qualche modo compromessi con la realtà, senza perdere per questo la forza della propria idealità, né la convinzione delle proprie credenze o la sottomissione della propria obbedienza: tutti fedeli e insieme imprecisi, tutti obbedienti e autentici, tutti uguali e diversi. Nessuno mette in discussione il sistema, ma ciascuno ci si assesta a modo proprio, secondo una modalità che non oppone verità e menzogna, ma piuttosto dire e non dire: molte sono le omissioni, poche le menzogne vere e proprie, poche le verità esplicitate, molte le verità lasciate implicite, ai silenzi, alle intuizioni, ai gesti accennati. È nello spazio dell’«omissione» che si consumano le infedeltà (alla religione e a se stessi) (...)

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